“Il mondo è come un torchio, che spreme. Se tu sei morchia, vieni gettato via; se sei olio vieni raccolto. Ma essere spremuti è inevitabile. Soltanto osserva la morchia, osserva l’olio. La spremitura ha luogo nel mondo attraverso la fame, la guerra, l’indigenza, la carestia, il bisogno, la morte, la violenza, la rapina, la cupidigia; queste sono le miserie dei poveri e le calamità degli stati, noi le sperimentiamo…Vi sono uomini che oppressi da tali calamità si lamentano e dicono: “come sono cattivi i tempi cristiani”…”. Questa è la morchia, che defluisce dal torchio nei canali di scolo: il suo colore è nero, perché essi bestemmiano: non risplende. L’olio ha splendore. Poiché qui è un altro genere d’uomo che subisce la stessa pressione e torchiatura, che lo depura: non è stata infatti una torchiatura a raffinarlo così?”
[Agostino, Sermones]
Chiesa e post concilio
Dove sta andando la Chiesa cattolica? È vero che quella visibile (la Chiesa Una Santa è Viva e immacolata nel Suo Sposo) rischia di subire una 'mutazione genetica' o questa è già avvenuta nostro malgrado e ne vediamo solo ora gli effetti? Siamo in tempo per rimediare e come?
venerdì 24 maggio 2013
Una proposta per il 5x1000
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| Roma - S.Messa a S. Caterina |
La Fraternità sacerdotale San Pio X è presente in molti Paesi in via di sviluppo con attività missionarie e di promozione umana per bambini, disabili, anziani, ammalati... Essa tiene la porta aperta a qualunque specie di miseria morale o materiale, come gli ha insegnato il suo fondatore Mons. Marcel Lefebvre.
Con la preghiera
infatti è soltanto Dio che fa crescere e tutto e dono suo
Con l'invio di buone vocazioni
di aspiranti sacerdoti, fratelli, suore...
Col far conoscere Priorati Cappelle
della fraternità sacerdotale San Pio X a persone generose che possono aiutarla nel suo vasto campo di bene.
Col devolvere in favore di essa il 5x1000
Come fare? È semplice:
Compila la scheda del CUD o modello 730 o il modello Unico
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Associazione San Giuseppe Cafasso codice fiscale 93012970013
Dio vi ricompensi.
Domenica 26 maggio. Santa Messa in Rito antico ad Avellino
Santa Messa in Rito antico ad Avellino
Parrocchia S. Maria Assunta in Cielo, ore 18:30
piazza Assunta 6, fraz. Valle (Avellino).
ore 20:00 ci sarà la processione con la statua della Madonna di Fatima
Coro delle SFI
giovedì 23 maggio 2013
Applausi per Bergoglio, ma la Chiesa è piena di nemici
Per tornare alla cronaca, segnalo il testo che segue, preso da L'inkiesta, dal titolo: Applausi per Bergoglio, ma la Chiesa è piena di nemici - Due mesi di Francesco. Il rischio è che il cattolicesimo, senza Cristo, diventi buonismo. Mi sembra una riflessione condivisibile e da sviluppare ulteriormente.Il diavolo, la forza dei cristiani e la povertà: i temi scomodi del Papa che non piacciono a nessuno
Sono passati due mesi dall’elezione e gli elogi per papa Francesco si sprecano. Laici e cattolici, atei e agnostici, media e istituzioni, destra e sinistra. Nessuna stecca nel coro. L’ex esponente della teologia della liberazione, il brasiliano Leonardo Boff esulta: «Francesco darà una lezione alla Chiesa. Usciamo da un inverno rigido e tenebroso. Con lui viene la primavera».
Persino la massoneria è entusiasta: «Con Papa Francesco nulla sarà più come prima», ha scritto in una nota Gustavo Raffi, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, «chiara la scelta di fraternità per una Chiesa del dialogo, non contaminata dalle logiche e dalle tentazioni del potere temporale». Di fronte a questo diluvio di lodi, vengono in mente le parole durissime con le quali Gesù mise in guardia i suoi discepoli: «Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti» (Luca 6,20-26).
Brunero Gherardini. Irrevocabili (le Alleanze)? Sì, ma...
Cari amici,
Il Decreto conciliare "Nostra aetate" (Nae) dedica il lungo ed abbastanza articolato n. 4 a "la religione giudaica". In 4/d si legge che i Giudei, "Deo, cuius dona et vocatio sine poenitentia sunt, adhuc carissimi manent propter Patres". La dichiarazione rimanda a Rm 11,28-29 ed a "Lumen gentium" (LG) 16. Ed in effetti, LG 16 s'esprime quasi con le stesse parole: "populus ille, cui data fuerunt testamenta et promissa et ex quo Christus ortus est secundum carnem (Rm 9,4-5), populus secundum electionem carissimus propter Patres: sine poenitentia enim sunt dona et vocatio Dei (Rm 11,28-29)".
questo testo di Mons. Brunero Gherardini - tratto da Divinitas - Rivista internazionale di ricerca e critica teologica, Città del Vaticano, n.1/2006, pag.27-49 - l'ho pubblicato tra le pagine fisse del blog; per cui risulta sempre visibile e consultabile nei titoli della colonna di destra. Ho voluto così evitare che venga sommerso dal flusso continuo dei testi che si susseguono in base agli eventi e alle riflessioni che ci vengono incontro ogni giorno. Potete dunque leggerlo integralmente dal link sopra o di seguito dopo l'incipit che inserisco qui.
Irrevocabili? Sì, ma...
Il Decreto conciliare "Nostra aetate" (Nae) dedica il lungo ed abbastanza articolato n. 4 a "la religione giudaica". In 4/d si legge che i Giudei, "Deo, cuius dona et vocatio sine poenitentia sunt, adhuc carissimi manent propter Patres". La dichiarazione rimanda a Rm 11,28-29 ed a "Lumen gentium" (LG) 16. Ed in effetti, LG 16 s'esprime quasi con le stesse parole: "populus ille, cui data fuerunt testamenta et promissa et ex quo Christus ortus est secundum carnem (Rm 9,4-5), populus secundum electionem carissimus propter Patres: sine poenitentia enim sunt dona et vocatio Dei (Rm 11,28-29)".
Poiché i due documenti conciliari vennero promulgati in anni diversi(1), diversa essendo pure la loro qualità di documenti conciliari, se ne deduce per un verso l'ovvietà del richiamarsi a LG da parte del posteriore Nae, e per un altro verso l'appoggiarsi di questo su quella per trovarvi conferma ed autorevolezza. Un semplice decreto, infatti, non possiede né la dignità, né l'efficacia normativa d'una costituzione dogmatica, qual è LG. Il rifugiarsi di Nae sotto il manto protettivo di LG assume, pertanto, un motivo di quasi necessità, per conferire al proprio dettato il senso inteso dalla costituzione dogmatica, il suo peso morale, la sua importanza.
Va annotato, però, che Nae 4/d (anzi, 4/c-d) e LG 16, per la loro dichiarata dipendenza da Rm 9,4-5 ed 11,28-29, non posson significare qualche cosa di diverso da ciò che significano i passi paolini cui si riferiscono.... Leggi tutto
martedì 21 maggio 2013
Sr. Maria Francesca Perillo F.I. - Le origini apostolico-patristiche della Messa Tridentina
Aggiornamento: Ho avuto da mani fraterne il testo integrale del documento, del quale evidentemente quella da me ripresa era la Lectio brevis. Ho quindi inserito le parti mancanti: sostanzialmente due importanti capitoli: il 6. Antichità del Canone e, nel 7°, Gli anatemi del Concilio di Trento. Chi vuole può dunque ora stamparsi il testo integrale. Appena possibile potremo inserire anche le note. Buona e fruttuosa lettura!
Cari amici, quando ho ascoltato il testo che segue, letto in sintesi da una sorella F.I. durante il più recente Convegno Summorum Pontificum, ne sono rimasta edificata - e ve lo confesso - molto più che dalle relazioni di pastori (non esito a fare i nomi) come Aillet, Cañizares e Koch. Non ero finora riuscita a procurarmi il testo integrale, non disponibile - mi hanno detto - fino alla pubblicazione degli Atti del Convegno. Però questa finora - dal maggio 2011 - non è stata curata. E dunque, per vostra e mia ulteriore edificazione e soprattutto gioia spirituale, mi sono assunta la fatica di riprenderlo dai fascicoli del "Settimanale di Padre Pio", che l'ha pubblicato a puntate solo nell'edizione cartacea. Ora sono lieta di metterlo a disposizione qui. È lungo; ma non potevo dividerlo in parti, per non fargli perdere l'efficacia e l'incanto che ha. Si tratta di un tesoro da non tenere nascosto.IntroduzioneLa Messa "tridentina" non è stata inventata da san Pio V né dal Concilio di Trento, ma risale ai tempi apostolici. La Liturgia, infatti, non è l'espressione d'un sentimento del fedele, ma è "la" preghiera ufficiale della Chiesa; è Dogma pregato. Essa racchiude qualcosa di eterno non costruito da mano umana. «Ecce ego vobiscum sum», dice Cristo alla sua Chiesa (Mt 28,20).
Con l'espressione "Messa tridentina" o "Messa di san Pio V", si suole indicare la celebrazione del rito secondo il cosiddetto Vetus Ordo, ossia anteriore alla riforma liturgica post-conciliare. Si tratta di due espressioni improprie, poiché, se è vero che il papa san Pio V promulgò un Messale a seguito del Concilio di Trento in realtà non fece altro che fissare e circoscrivere sapientemente un rito già in uso a Roma da secoli. Esso risaliva, nei suoi elementi essenziali, almeno a mille anni prima, precisamente al papa san Gregorio Magno. Da quest'ultimo pontefice viene anche il nome, più corretto ma non esauriente, di rito gregoriano. Non esauriente perché da san Gregorio Magno, come vedremo, il rito risale ai tempi apostolici per riannodarsi infine all'Ultima Cena e al Sacrificio cruento di Nostro Signore Gesù Cristo, di cui ogni Messa è costante ripresentazione ed incruenta attualizzazione.
Humpty Dumpty, cioè l'ermeneutica della continuità
Citazione da Letturine, che ha aggiornato il titolo in Esistenzialmente periferico:
Esemplare citazione:
"Quando uso una parola", Humpty Dumpty disse in tono piuttosto sdegnato, "essa significa esattamente quello che voglio – né di più né di meno."(dal libro "Alice nel paese delle meraviglie e Attraverso lo specchio magico di Lewis Carroll)
"La domanda è", rispose Alice, "se si può fare in modo che le parole abbiano tanti significati diversi."
"La domanda è," replicò Humpty Dumpty, "chi è che comanda – tutto qui."
Esemplare citazione:
“Le affermazioni del Concilio Vaticano II e del Magistero pontificio posteriore, relative alla relazione fra la Chiesa cattolica e le confessioni cristiane non cattoliche, come al dovere sociale della religione e al diritto alla libertà religiosa, (1) la cui formulazione è difficilmente conciliabile con le precedenti affermazioni dottrinali del Magistero, (2) devono essere comprese alla luce della Tradizione intera e ininterrotta, (3) in maniera coerente con le verità precedentemente insegnate dal Magistero della Chiesa, (4) senza accettare alcuna interpretazione di queste affermazioni che possa portare ad esporre la dottrina cattolica in opposizione o in rottura con la Tradizione e con questo Magistero.”
lunedì 20 maggio 2013
Maria Guarini. Il Latino. Una lingua sacra da preservare
Il testo è tratto dal piccolo saggio: Maria Guarini, « La questione liturgica. Il Rito Romano usus antiquior e il Novus Ordo Missae a 50 anni dal Concilio Vaticano II », Parva Itinera, 2013
Lungo la storia, si è adoperata un’ampia varietà di lingue nel culto cristiano: il greco nella tradizione bizantina; le diverse lingue delle tradizioni orientali, come il siriaco, l’armeno, il georgiano, il copto e l’etiopico; il paleoslavo; il latino del rito romano e degli altri riti occidentali. In tutte queste lingue si trovano forme di stile che le separano dalla lingua “ordinaria” ovvero popolare. Spesso questo distacco è conseguenza degli sviluppi linguistici nel linguaggio comune, che poi non sono stati adottati nella lingua liturgica a causa del suo carattere sacro. Tuttavia, nel caso del latino come lingua della liturgia romana, un certo distacco è esistito sin dall’inizio: i romani non parlavano nello stile del Canone o delle orazioni della Messa. Appena il greco è stato sostituito dal latino nella liturgia romana, è stato creato come mezzo di culto un linguaggio fortemente stilizzato, che un cristiano medio della Roma della tarda antichità avrebbe capito non senza difficoltà. Inoltre, lo sviluppo della latinitas cristiana può avere reso la liturgia più accessibile alla gente di Roma o Milano, ma non necessariamente a coloro la cui lingua madre era il gotico, il celtico, l’iberico o il punico. Comunque, grazie al prestigio della Chiesa di Roma e la forza unificatrice del papato, il latino divenne l’unica lingua liturgica e così uno dei fondamenti della cultura in Occidente.[1]
Lungo la storia, si è adoperata un’ampia varietà di lingue nel culto cristiano: il greco nella tradizione bizantina; le diverse lingue delle tradizioni orientali, come il siriaco, l’armeno, il georgiano, il copto e l’etiopico; il paleoslavo; il latino del rito romano e degli altri riti occidentali. In tutte queste lingue si trovano forme di stile che le separano dalla lingua “ordinaria” ovvero popolare. Spesso questo distacco è conseguenza degli sviluppi linguistici nel linguaggio comune, che poi non sono stati adottati nella lingua liturgica a causa del suo carattere sacro. Tuttavia, nel caso del latino come lingua della liturgia romana, un certo distacco è esistito sin dall’inizio: i romani non parlavano nello stile del Canone o delle orazioni della Messa. Appena il greco è stato sostituito dal latino nella liturgia romana, è stato creato come mezzo di culto un linguaggio fortemente stilizzato, che un cristiano medio della Roma della tarda antichità avrebbe capito non senza difficoltà. Inoltre, lo sviluppo della latinitas cristiana può avere reso la liturgia più accessibile alla gente di Roma o Milano, ma non necessariamente a coloro la cui lingua madre era il gotico, il celtico, l’iberico o il punico. Comunque, grazie al prestigio della Chiesa di Roma e la forza unificatrice del papato, il latino divenne l’unica lingua liturgica e così uno dei fondamenti della cultura in Occidente.[1]
Oltre alla sacralità del culto, anche questa cultura è a rischio, oggi che persino i sacerdoti non sono messi in grado di accostare i Padri della Chiesa e i classici nei loro testi originali. Se la Chiesa avesse utilizzato esclusivamente lingue correnti e locali, molta confusione sarebbe stata generata dalla grande estensione dei periodi di tempo e dei territori geografici che essa, unica tra tutte le istituzioni umane, aveva e ha il compito di raggiungere. E questa confusione rischia di sommergerci oggi. Recentemente, da alcuni segnali sembra si stia correndo ai ripari. Penso al recente Motu proprio Latina Lingua che istituisce la Pontificia Academia Latinitatis. Speriamo che ciò risulti efficace sul campo, perché non basta promuovere, occorre anche gestire e rendere obbligatoria l’applicazione dei provvedimenti.
Quanto al Rito Romano, l'iconoclastia non ha riguardato solo la lingua e la cesura col passato operata dalla riforma bugniniana ha portato al relativismo sia i sacerdoti che le persone. Se invece lo sguardo è rivolto al crocifisso, centro della Liturgia, si ripristina la giusta interiorizzazione e conseguente esteriorizzazione, cioè la liturgia diventa vita. Nell'Antico Rito il dialogo tra sacerdote e fedeli non manca nello scandire delle formule, ma resta essenziale sobrio profondo proprio per il linguaggio che non è quello che usiamo tutti i giorni per andare al supermercato. È questa la messa che ha forgiato santi per millenni, che è arrivata a noi pressoché intatta, sicuramente nel canone, fin dal IV secolo. La vetus latina data dal II secolo e il suo è già un linguaggio ieratico, codificato, reso sacro anche dallo scandire delle generazioni ed immutabile, come è necessario che sia per sottrarre i significati profondi alla mutevolezza delle traduzioni nel linguaggio vernacolare che si evolve con i tempi e le culture. Una 'forma' che papa Damaso, nel IV secolo non ardì cambiare se non nelle “letture”, introducendo i testi della Vulgata di S. Girolamo, che Papa Gregorio si adoperò perché fosse diffusa in tutta l’Europa e San Pio V codificò. Oggi, invece, abbiamo assistito e assistiamo a traduzioni - e persino ad arbitrarie manipolazioni - che spesso diluiscono quando non oltrepassano il senso profondo di espressioni intraducibili da custodire e preservare così come sono perché tutte le generazioni possano riceverne la fecondità.
Ci siamo dimenticati che il volgare non è una conquista. La lingua sacra, strutturata, in ogni espressione gesto e significato conserva il dogma, la fede degli Apostoli arrivata fino a noi attraverso i secoli, conserva il senso dell'indicibile e anche dell'intraducibile: ci sono parole che, è bene ribadirlo, hanno uno spessore di significato che qualunque traduzione tradirebbe e successive traduzioni rese necessarie dall’evolversi del linguaggio non farebbero che allontanare sempre di più dal loro senso originario. Si partecipa non solo col cervello: bisogna guardare, ascoltare, adorare... in più la lingua universale fa sentire tutti a casa ed ha la stabilità, la pregnanza che la traduzione appunto banalizza, senza contare i sacri silenzi. Il volgare bastava introdurlo, come già si fa nelle celebrazioni Summorum Pontificum, solo nelle letture.
Infine il latino non è un ostacolo, perché la traduzione presente nei messali consente a tutti la giusta comprensione. E poi è un latino semplice: prendiamo il Confiteor … mea culpa … basta un po’ di frequentazione e anche le persone che non lo conoscono possono acquistarvi dimestichezza con la frequenza dell’uso. Basta vincere i pregiudizi e la damnatio memoriae che purtroppo accenna ancora solo timidamente a rettificarsi, per effetto della quale la Chiesa Universale non è più riconoscibile in una comune celebrazione che ognuno possa ritrovare in ogni parte del mondo, che era ed è la sua ricchezza.
Occorre che chi si accosta al rito usus antiquior o lo ritrova vi « assista con mente sgombra da preconcetti, senza la smania di capire tutto subito, lasciandosi penetrare dalla sacralità del rito, riscoprendo il valore della preghiera personale (lasciata in disparte dalla moderna liturgia), apprezzando la funzione di una lingua che inizialmente si crede un ostacolo ma che poi si rivela chiave di accesso ad una dimensione ulteriore, quella del sacro e del divino, che molti probabilmente non hanno mai conosciuto nella preghiera liturgica ».[2]
Nella Veterum Sapientia di Giovanni XXIII (1962) non si manca di rammentare che il latino resta un lingua immutabile - e dunque fissata in registri ben definiti e sottratti alle evoluzioni nel tempo delle lingue nazionali - citando Pio XI[3]:
«Infatti la Chiesa, poiché tiene unite nel suo amplesso tutte le genti e durerà fino alla consumazione dei secoli... richiede per sua natura un linguaggio universale, immutabile, non volgare».
Indispensabile per esprimere i concetti con chiarezza e solidità di pensiero. Ecco perché resta perennemente valido per comunicare il pensiero con certezza, forza, precisione, e ricchezza di sfumature. Per questo è tuttora insostituibile nell'esercizio del magistero, soprattutto nelle definizioni dogmatiche, per le quali non si ammettono ambiguità ed inoltre nelle parti principali della liturgia, nelle quali le res humanae, transeunti, sono immerse nel mistero ma anche nella fecondità delle res divinae, eterne ed immutabili.
Papa Ratzinger ha espresso l'intento di far crescere la conoscenza della lingua di Cicerone, Cesare, Tacito, Seneca, di Agostino e di Erasmo da Rotterdam, nell’ambito della Chiesa ma anche della società civile e della scuola. Per questo, l'11 novembre 2012, ha emanato il Motu proprio Latina Lingua che istituisce la nuova «Pontificia Academia Latinitatis». Ne è presidente il rettore dell'Alma Mater di Bologna, Ivano Dionigi, che nel suo indirizzo in occasione dell'insediamento ha ricordato che la giovinezza perenne dei classici è un tesoro prezioso per ogni epoca, ma dev'essere riscoperta, coltivata e protetta. Molte cose possono essere fatte per raggiungere questo scopo, ad latinam linguam fovendam: il verbo foveo significa appunto tenere al caldo, proteggere, coltivare, custodire. Nessuna generazione deve sottrarsi a questo compito perché, solo il presente “esiste” davvero, secondo sant'Agostino, mentre «ciò che hai ereditato dai padri conquistalo per possederlo», diceva Goethe secoli più tardi.
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1. Uwe Michel Lang, Intervento al primo Convegno su il Motu Proprio Summorum Pontificum - Una ricchezza spirituale per tutta la Chiesa, Roma 16-18- settembre 2008
2. Il Latino nella liturgia. Spunti di riflessione di Daniele di Sorco.
3. Pio XI, Epist. Ap. Officiorum omnium, 1-8-1922: A.A.S. 14 (1922), 452
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1. Uwe Michel Lang, Intervento al primo Convegno su il Motu Proprio Summorum Pontificum - Una ricchezza spirituale per tutta la Chiesa, Roma 16-18- settembre 2008
2. Il Latino nella liturgia. Spunti di riflessione di Daniele di Sorco.
3. Pio XI, Epist. Ap. Officiorum omnium, 1-8-1922: A.A.S. 14 (1922), 452
domenica 19 maggio 2013
Il primato di Dio nel silenzio, nell'Adorazione, nella cura per la Liturgia
Sui nostri televisori scorrono in questi giorni le immagini di un’abbazia che accoglie la compagine di governo dell’Italia, secondo la moda del ritiro di lavoro.
Sono le ultime in ordine di tempo; soltanto alcune dei tanti luoghi dello spirito convertiti in qualcosa di diverso rispetto all’originaria connotazione.
La progressiva chiusura di abbazie e monasteri rappresenta un fenomeno che rischia di passare inosservato, specialmente nel forte clima di secolarizzazione dei nostri tempi.
Lo sviluppo di interi territori della nostra penisola è passato attraverso quegli edifici, capaci di imporsi come officine di autentica cultura perché fondamentalmente luoghi dello spirito.
Un bacino al quale poter attingere per quella umanizzazione che oggi passa come un dovere precipuo della Chiesa e dell’impegno dei cristiani nel mondo.
Ogni abbazia può narrare di quanto sia risultato vero e fecondo questo dialogo, improntato sull’incessante colloquio che Dio stesso ha voluto instaurare con le sue creature.
Parlare con Dio per saper parlare con gli uomini: questa è la storia del monachesimo.
Se tutto questo è vero, la missione della Chiesa si trova mirabilmente esemplificata in ciò che la vita monastica ha espresso.
Non ci sono, chiaramente, vocazioni più alte e vocazioni meno alte.
Ci sono, però, vocazioni più radicali e vocazioni meno radicali.
Tutte sono necessarie, tutte contribuiscono ad edificare la Chiesa e ad essere segno eloquente del primato di Dio e del mondo che verrà.
Tuttavia quelle più radicali sembrano sostenere le altre, richiamando la sorgente perenne di ogni consacrazione e di ogni servizio, anche laicale.
Anche gli ordini mendicanti e le moderne congregazioni non sono stati che l’estensione alle città, alle missioni, alle periferie di quell’insostituibile testimonianza del primato di Dio.
E tutto ha funzionato finché a nessuno è venuto in mente di contestare la presenza di un Dio che parla nel silenzio, nel nascondimento, nella ripetitività di gesti e di fatiche che possono soltanto essere intuite al di là dei muri e di chiostri.
Ciò che ha resistito per secoli, anche di fronte alla furia di eserciti e di soppressori, sembra essersi dissolto nel giro di pochi decenni.
Anche perché di fronte alla radicalità della scelta di “Dio solo”, non stanno nuovi Bonaparte, ma i cattolici stessi.
La crisi delle vocazioni, che comporta la chiusura di secolari centri monastici, non è soltanto figlia della secolarizzazione, bensì del mutamento di prospettiva che, senza indicazione alcuna da parte della Chiesa, sembra aver preso piede con frenesia crescente.
Il fiorire di nuove forme di vita, che in parte si richiamano alle tradizioni monastiche, dovrebbe far riflettere seriamente su questa peculiarità che la Chiesa ha di rendersi manifesta in modo esemplare dove il primato di Dio si traduce nel silenzio, nell’adorazione, nella cura per la liturgia, nella dedizione alla vita dello spirito.
Certo, pare che sia retto il pensiero che predilige la salvaguardia degli ambienti e la loro recezione ad un pubblico vasto piuttosto che il degrado e l’impossibilità di fruizione.
Da un punto di vista culturale si tratta di un aspetto non del tutto irrilevante anche per i cattolici.
Tuttavia mostre, concerti e convegni possono svolgersi anche in altri edifici.
Per non parlare della solita critica idiota all’opulenza della Chiesa e alla vita che là conducevano i pochi privilegiati.
Se si potessero far tornare in vita coloro che hanno ricevuto la carità (spirituale, materiale e intellettuale) da quei centri, non avremmo spazi disponibili per accoglierli.
Senza dimenticare peraltro che generazioni di monaci hanno vissuto di carità, oltre che del loro lavoro.
Quello che non si può accettare è che gli stessi cattolici, sempre più dimentichi del loro passato, si pongano di fronte alla vita religiosa come davanti a qualcosa che abbia ormai segnato il corso.
Quelle abbazie sembrano ormai irrilevanti in un discorso di impegno per il mondo.Il vangelo ci dice che il mondo va salvato, ed è per questo che la Chiesa esiste.
Non solo per questo, perché la sua prima missione è la glorificazione di Dio, ma anche per questo. Glorificazione di Dio e salvezza dell’uomo sono le due dimensioni inscindibili della Chiesa; nata, e non per caso, dal sacrificio di Cristo, che glorifica il Padre offrendo la sua vita per la nostra salvezza.
Per questo ci occorre una Chiesa che tace per ascoltare il Verbo della Vita, che sta per tutti al cospetto di Dio, che dal silenzio impara le parole con cui parlare a Dio.
Non ci servono spazi della memoria.Ci servono spazi abitati dalla preghiera.
Ne abbiamo bisogno adesso, non in un futuro che solo Dio conosce.
Preghiamo per le vocazioni di speciale consacrazione.
Perché non ci manchi mai la radicalità della scelta.
Preghiamo perché la misericordia di Dio ci restituisca luoghi abitati dal sì della Chiesa.
Don Antonio Ucciardo.
Un gesto di apertura che dovrebbe essere di esempio
Fonte: Perepiscopus.
In occasione del decesso di don Dominique Lagneau, Superiore della Casa contemplativa di Montgardin (FSSPX), avvenuto domenica 12 maggio a causa di un attacco cardiaco, nella diocesi di Gap, Mons. Jean-Michel Di Falco ha reso visita ed ha pregato per l'anima del defunto.
In seguito, in un atto di generosità, vedendo che la cappella della FSSPX era troppo piccola per accogliere i fedeli attesi, Monsignore ha autorizzato la celebrazione dei funerali, da parte di Mons. Fellay Superiore generale della FSSPX, nella chiesa dei Cordeliers di Gap lo scorso venerdì alle 15.
È con gesti di benevolenza come questo che potranno risolversi le divergenze tra Roma e la FSSPX. Gli accordi giuridici, le discussioni dottrinali, sono certamente importanti, ma non sono sufficienti. Occorrono anche rapporti umani di benevolenza, e reciproci.
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